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Il borgo rurale di marchigiani doc Castelverde idea di Paolo VI

da Archivio de la Rpubblica .it

L' edilizia castelverdina è semplice e di scarsa elevazione: non ci sono "formicai". Le case si dispongono lungo una strada centrale, via Massa San Giuliano, che coincide con il crinale tra le due marane. Oltre il fosso dell' Osa, che è un vero e proprio burrone, spicca lo skyline di Villaggio Prenestino, perfettamente simmetrico a quello di Castelverde: niente di più facile che immaginare una storia d' amore tra un Romeo villagese e una Giulietta castelverdina. Dietro il fosso della Lunghezzina spunta Corcolle, nome dolcemente liquido, e si vedono i nuovi mercati generali e i binari dei Tav. Alta sullo sfondo c' è Tivoli, che sembra davvero una fetta di torta mimosa appoggiata sul davanzale di una finestra durante una festa di nozze. Le traverse della via principale, per un' ironia della sorte, hanno nomi tolti ai centri minori... degli Abruzzi, con qualche puntata addirittura in Molise. (Oltre Villaggio, si finisce in quello che chiamerei "il quartiere degli uomini di pace", da Schweitzer a Aldo Capitani all' arcivescovo Romero; mentre attraversando la Prenestina ci si ritrova in piena Sardegna). L' unica eccezione a questa legge dei nomi sta in pieno centro (cioè accanto allo slargo che ospita il bar Lorenzetti, il giornalaio, il supermercato e altri negozi). è via Santa Maria di Loreto, che prende nome - un nome marchigiano! - dalla chiesa parrocchiale in cui sono stati battezzati, non solo parecchi castelverdini, ma anche il quartiere stesso. In origine, infatti, una fortezza in rovina detta "Castellaccio" aveva dato il suo nome alla zona. Si racconta che fu Paolo VI in visita qui nel 1967 a esclamare: «Si dovrebbe chiamarla Castelverde e non Castellaccio!». Detto fatto, i parrocchiani si attivarono perché il nome venisse mutato. è una bella storia, che contiene elementi profondi: l' ospite potente che porta in dono un' idea; i cittadini che spontaneamente lavorano per realizzarla; il guadagnarsi un nome dignitoso, il riconoscersi attraverso un nome. è anche una storia verosimile, considerata la personalità di papa Montini - un pontefice colto, attento al linguaggio. Infine è una storia che colpisce e provoca, perché si colloca in un quartiere che è stato tra i più «rossi» di Roma. Ma tutta la storia di Castelverde, per quanto breve, ha questa qualità combattiva e vagamente mitologica. Sembra che ogni macigno della storia d' Italia abbia lasciato una scaglia in questa comunità minima. L' Italia rurale, con la cooperativa contadina dei primissimi castelverdini (quando Villaggio si chiamava ancora semplicemente «l' Ovile»); e poi l' Italia industriale e tecnologica, con la nascita di aziende ormai in piena crescita come la Bricofer. L' Italia delle lotte per la giustizia sociale, con blocchi stradali per ottenere una scuola; ma anche l' Italia del disagio sociale, con blocchi stradali per far spostare uno dei primi campi nomadi. Perfino l' Italia del terrorismo (un covo Br fu scoperto nell' 88 proprio qui). E poi, come ho detto, l' Italia cattolica, con un convento e addirittura una suora in odore di santità (suor Dolores Barone, mancata di recente); l' Italia comunista, con una sezione del Pci attivissima; e anche la bella Italia che tiene in salotto (l' ho visto con i miei occhi) il busto di Lenin accanto al crocifisso. Per non parlare dell' Italia delle nuove fedi, come i Testimoni di Geova che hanno qui una comunità ampia e radicata. (E tollerante: da diversi anni un gruppo di Testimoni castelverdini invita regolarmente me e il mio compagno, che è loro parente, a feste e matrimoni. Con un tacito rispetto che spesso non si trova tra i cattolici). Insomma, a mettersi a raccontare le storie, non si finirebbe più. Eppure sono solo pochi chilometri di palazzine, negozi, orti, e subito dietro la campagna. Quanta vita, a fermarsi in questo corridoio di case tranquille, che in macchina in tre minuti l' hai traversato.

    Tommaso Giartorio